La storia è iniziata quando, nel novembre 2013, scrissi un pensiero intitolato «L’orologio senza lancette», pubblicato sul Gazzettino il 6 gennaio 2014. Intanto, con la professoressa Claudia Andreazza, ci mobilitammo con l’amministrazione comunale perché il problema venisse risolto.
Avemmo anche un incontro con l’allora assessore Placido Fundarò, che accolse le nostre segnalazioni ma poté solo spiegarci che il Comune non poteva intervenire direttamente, perché la stazione appartiene alla società che gestisce le ferrovie. Da allora, con il Circolo della Cultura del Bello, non abbiamo mai smesso di sollecitare la questione, pur rassegnandoci all’impossibilità di un’azione del Comune. Mi sono confrontato anche con Liviana Covre, che scrisse un articolo sull’argomento, credo nello stesso gennaio 2014.
Nel novembre 2020 l’orologio è tornato a segnare il tempo, e abbiamo potuto gioirne tutti insieme.
Foto di Pasquale Naclerio del 25 novembre 2020.
I pensieri di chi ha seguito la vicenda
In un tempo pieno di incertezze, il simbolo di un paradosso, un paradosso temporale, ha avuto un lieto fine. Sette anni fa scrissi che la stazione, in un costante degrado, è allegoria di molte cose: un luogo per un viaggio, un incontro, ma è anche un riparo. Un riparo dal tempo che passa, e a questo tempo abbiamo tolto le lancette per non ricordarci che ormai, per cambiare, siamo in ritardo. Oggi la speranza mi si riaccende e spero che queste lancette segnino il tempo di un nuovo futuro.
Amanti della propria città in tutte le sue componenti civili, e la stazione è sinonimo di civiltà, i sacilesi possono finalmente ritrovare sulla facciata della stazione, in piazza Libertà, il grande orologio, assente non giustificato da più di un lustro! Era diventato un oggetto muto e inoperoso, nessuno lo degnava più di uno sguardo, tanto era diventato inutile. Oggi, però, è ritornato attivo, vivo e funzionante, con le lancette che battono il tempo per la città e per la storia!
«Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno»: così diceva Hermann Hesse, ma anche lui, di fronte all’orologio senza lancette della stazione di Sacile, avrebbe avuto qualche dubbio sulla sua utilità, insieme ai sacilesi che temevano per il futuro della stazione ferroviaria. Quell’orologio senza lancette sembrava il marchio di una sorta di fermata nella precarietà di un tempo sospeso, come quello di un paese che sta conoscendo momenti difficili. Ma ora le lancette hanno ritrovato il loro movimento, quasi per dare un senso nuovo alle cose e creare soluzioni diverse. Potremo credere allora che quell’orologio voglia dirci qualcosa: ognuno il tempo se lo costruisce da sé, purché abbia coscienza di essere vivo e sappia mantenere la capacità di sentire la speranza, interpretandola alla luce di simboli positivi.
Il testo del 2013
Scarica «L’orologio senza lancette» (PDF), il pensiero scritto il 16 novembre 2013 a Sacile.
Leggi il testo qui
Vi voglio raccontare di un posto, un posto che è stato parte della mia vita e sempre lo sarà. Per molti è solo un posto di passaggio, per altri un luogo di lavoro e per altri ancora persino una casa. Qui si vive e si muore, un posto quasi magico, costruito in un’altra epoca, in un altro tempo, in un tempo di speranza; si chiama Stazione di Sacile.
Nei molti anni in cui l’ho conosciuta mi ha sempre insegnato qualcosa, mi ha insegnato che in questo ecosistema quasi statico, quasi perennemente costante, quasi solo sostenuto dalle sue vene fatte di metallo dove scorrono rapidi i treni, le cose inesorabilmente cambiano. Cambiano perché noi le facciamo cambiare e siamo sempre noi a decidere in che verso andare: da una parte si va nel Friuli, dall’altra nel Veneto, solo due direzioni e ogni giorno si decide. Decidiamo dove andare e speriamo di tornare, ma anche se ci sembra di fare sempre lo stesso viaggio, in realtà torniamo sempre diversi. Diversi come la tecnologia che cambia e ormai è parte della nostra vita; comprai il mio primo cellulare quando per la prima volta feci un abbonamento per il treno: faceva poche cose, forse solo le essenziali, come d’altronde fa il treno. Il treno, fedele mezzo meccanico che ha iniziato una rivoluzione, ha combattuto guerre e ha permesso di rendere il mondo un po’ più piccolo. Lui, fonte di storie, di avventure e di ricchezza, che lo fanno essere il sangue che scorre inesorabile nelle sue vene metalliche, vene che ogni giorno ci pongono davanti a delle scelte, scelte di vita e a volte di morte.
Credo che tutto alla fine sia solo una questione di scelte, come è stata una scelta quella di una famiglia che molti anni fa decise di scommettere tutto su di Lei: quelle vene di metallo pulsanti potevano portare qualcosa anche a loro e così, tra quotidiani, caffè e il ristoro per i viaggiatori, costruirono il loro futuro. Lei gli diede da mangiare e loro fino all’ultimo badarono a Lei, anche quando i tempi cambiarono, quando quelle vene pulsanti cominciarono a pulsare di meno. Alla fine il riposo arrivò anche per loro e la lasciarono; la lasciarono in balia di questo presente.
Ma Lei non si arrende facilmente, non molla fino a quando anche un solo treno viaggia. Lei è ancora bella e, come farebbe una vecchia dama, sfoggia con fierezza i gioielli accumulati nel tempo: ci mostra la sua targa per viaggiatori stranieri giunti da molto lontano, ricordandoci vecchie alleanze, una sala d’aspetto con un tavolino marmoreo quasi nobiliare, la sua bella veste solida ma leggera e tutte le sue vene che oramai non riesce più a riempire. Di quello che era un porto per i treni merci oramai rimane solo uno spazio vuoto adibito a parcheggio e di quello che era il punto di ristoro rimane solo un magazzino. Dei suoi bei treni, di cui tanto ha bisogno, sopravvivono solo vecchi combattenti che quasi miracolosamente continuano fino allo stremo il loro lavoro, sapendo che senza di loro Lei non vivrebbe. Lei però vive ancora e respira anche grazie a uomini, uomini che spesso non si vedono, che spesso non si sentono, che vivono in un vecchio magazzino lontano dai viaggiatori e in silenzio si occupano di Lei e delle sue vene. Controllano che tutto funzioni, sono un po’ tecnici e un po’ operai, ma, seppur indispensabili, molti si scordano della loro esistenza, ricordandosi invece solo di quegli uomini che si mettono in mostra e parlano, parlano tanto, ci fanno credere che solo loro sanno come far tornare i treni, illudendoci e facendoci dimenticare di porci l’unica vera domanda, forse l’unica: quando tutto si fermerà, quando neanche più un treno viaggerà, come si farà a farli ripartire? Dove sono quegli uomini che un tempo La costruirono e che La consegnarono a noi? Anche loro sono stati dimenticati, come ci siamo dimenticati che un tempo noi demmo vita a Lei e Lei ora dà la vita a noi.
Ora voi penserete che siano stati loro, questi parolai, a distruggerla; invece no, siamo noi che ogni giorno decidiamo, e sono solo le nostre scelte quotidiane le responsabili. Ci imbrogliamo a vicenda e La imbrogliamo, La derubiamo non pagando un biglietto, e alla fine non siamo tanto diversi da quei parolai che noi stessi abbiamo scelto, espressione vera del popolo, e che ora accusiamo di averla distrutta. Ma noi, ciechi, continuiamo: La imbrattiamo, La sporchiamo non usando i cestini, solo perché siamo pigri. Una pigrizia che non solo ci impedisce di cambiare, ma che rafforziamo con il famoso «tanto lo fanno tutti, sarò mica io l’unico fesso». Esatto, noi gli unici fessi, così preoccupati di non farci fregare, di non risultare furbi, da preferire distruggerla piuttosto che ammettere le nostre colpe e dire: ricominciamo, anzi, cominciamo a scegliere un’altra direzione in questo nostro viaggio.
Intanto la ruggine aumenta, ma Lei fiera continua a svolgere il suo lavoro; intorno a Lei molti continuano a costruire speranze e altri a trovare riparo. Un riparo dal mondo esterno, dalla famiglia, da loro stessi, un riparo persino dal tempo, dal loro tempo che passa, un tempo che oramai è scaduto, un tempo a cui abbiamo persino tolto le lancette per non ricordarci che ormai, per cambiare, siamo in ritardo.
Pasquale Naclerio, Sacile, 16 novembre 2013

